Per rimanere in tema....un frammento di vita dalla soap opera più vista nel mondo....
Chissà se nel suo villone sul mare di Santo Domingo, tra una grigliata di aragoste e una magnum di Dom Perignon, Luciano Gaucci adesso si rende conto di essere la metafora vivente del calcio italiano morente. Lui, l'ex tramviere romano della linea numero 8 riuscito a diventare il re degli appalti nelle pulizie, poi a infilarsi nell'As Roma e infine a comprarsi una serie di squadre di ogni divisione, ma infine travolto dal collasso pallonaro e costretto a riparare al sole dei Tropici mentre i tifosi infuriati lo insultano in Rete e sui muri di mezza Perugia.
Quella di Gaucci è la parabola tutta italiana di un uomo tanto vitale e simpatico da riuscire a gabellare il disprezzo delle regole per eccentrico folclore e vulcanica intraprendenza. Figlio di piccoli proprietari terrieri, il giovane Gaucci molla casa e famiglia per tentare nella capitale i mestieri più diversi, da conducente dell'Atac a gestore di trattoria. I primi soldi forti però arrivano con il business dei cavalli: uomo alla mano e appassionato vero, Gaucci frequenta i capostalla dei purosangue migliori e offre loro generose mance per farsi consegnare vasetti della marmellata pieni del loro prezioso seme, con cui poi ingravida buone femmine e ottiene ottimi puledri da mettere in vendita. Una volta guadagnati i primi milioni, Gaucci li reinveste in un'attività sicura come le imprese di pulizia. A dare gli appalti, a Roma, sono infatti amici di amici, boiardi pubblici e privati legati mani e piedi con il giro giusto a cui Gaucci è riuscito ad avvicinarsi in fretta: il démi-monde andreottiano dei Ciarrapico e degli Evangelisti che ha il suo nume tutelare nel cardinale Fiorenzo Angelini, a cui Lucianone è devotissimo. L'impresa di Gaucci è battezzata La Milanese («Dà un'idea di efficienza», sostiene il fondatore) ma prende sede a Roma, a due passi dalla stazione Termini, dove tuttora Gaucci ha quartier generale e abitazione. Un appalto dopo l'altro, l'aziendina arriva a 3 mila dipendenti e produce abbastanza utili per consentire a Gauccione di tentare la scalata al mondo del calcio, paradiso di contatti importanti e di comparsate in tivù. Prima entra nella Roma di Dino Viola, poi capisce di non poter aspirare a diventarne il numero uno perché nelle gerarchie andreottiane ci sono uomini piazzati meglio di lui. Allora ripiega sul Perugia, che si compra grazie all'appoggio forte della Banca di Roma, l'attuale Capitalia.
Per Luciano iniziano gli anni più belli: allenatori assunti e licenziati a raffica, esibizioni ciarliere al Processo di Biscardi, pantagrueliche mangiate di agnello, anatra e carni rosse alla brace nel castello medievale acquistato a Torre Alfina, dalle parti di Orvieto. Intanto, dopo il primo matrimonio con una coetanea italiana (da cui nascono due figli, Alessandro e Riccardo), si innamora di Iris, una ragazza dominicana che gli regalerà altre due creature. Quindi, in età già matura, s'invaghisce di una compagna di scuola del figlio maggiore, Elisabetta, capello biondo e fisico da Velina. Se la porterà appresso per anni, affidandole anche l'incarico di presidente della Sambenedettese e riuscendo a infilarla come valletta alla "Domenica sportiva". Da un po' di tempo tuttavia Elisabetta è sparita e al fianco di Luciano è ricomparsa la moglie dominicana.
Certo, anche negli anni d'oro qualche incidente non manca, come la retrocessione a tavolino del suo Perugia dalla A alla B: Gaucci si era fatto beccare nel tentativo di corrompere un arbitro regalandogli un cavallo prima di una partita. Ma nel calcio il presidente dimostra di saperci fare, comprando ragazzini sconosciuti dalle serie minori italiane e straniere e rivendendoli a prezzi stellari alle grandi. Memorabile il caso di Mirko Pieri, difensore segnalatogli dal suo più acuto osservatore, Silvano Flaborea: il Perugia lo acquista a 50 milioni di lire per piazzarlo pochi mesi dopo a 16 miliardi. Ma Gaucci porta in Italia anche il giapponese Nakata, rivendendolo due anni dopo alla Roma con gran guadagno, e ripete l'operazione con diversi altri carneadi. Non mancano i colpi puramente mediatici: piazza alla sua Viterbese il primo allenatore-donna del calcio professionistico (Carolina Morace, silurata pochi mesi dopo). Minaccia di far giocare in serie A una bionda calciatrice norvegese «perché nessuna norma lo vieta ed è una questione di diritti umani». In una botta di demagogia patriottica straccia il contratto del coreano Ahn colpevole di aver spedito l'Italia a casa durante i Mondiali del 2002. Infine porta a Perugia il figlio di Gheddafi e lo fa perfino giocare un quarto d'ora contro la Juventus. Memorabile la performance di Lucianone sul finire del campionato 2001-2002, quando incita i suoi calciatori a «giocare alla morte» contro la Juventus per far vincere lo scudetto alla Lazio, società controllata da Capitalia che tiene in pegno anche le azioni del Perugia. La cosa funziona, la Lazio vince lo scudetto e Gaucci esulta per una settimana alla faccia della sua antica fede romanista.
Nella sua bulimia calcistico-esistenziale, tuttavia, Luciano inizia a commettere anche qualche passo falso. Si compra il Catania promettendo mari e monti e lo deve rivendere poco tempo dopo sommerso dai conti in rosso. Tenta la scalata al Napoli appena fallito ma viene sconfitto da una cordata più potente, guidata dalla famiglia De Laurentiis. Fa comprare a un suo dipendente l'Ancona e incappa nel primo fallimento completo, con società messa in mora e indagine della magistratura. La Juventus, memore dello sgarbo del 2002, lo mette nel libro nero. Con il presidente della Figc Franco Carraro è ai ferri cortissimi. Un suo ex giocatore lo accusa di avere la mano pesante col doping: «Gaucci», dice, «riempie il bagagliaio della sua Mercedes di farmaci e poi viene al campo per farceli prendere». Lui nega, ma i suoi calciatori finiti nelle maglie dei test in quegli anni sono un po' sopra la media. Il Perugia intanto retrocede in serie B, Luciano ci piange su («Così ci perdo 50 milioni di euro») e molla la società in mano al figlio Alessandro. Ma lascia anche una situazione finanziaria disastrosa, con decine di milioni di euro tra stipendi non pagati e tasse mai versate. Anche La Milanese annaspa nei debiti Irpef e Gaucci mette mano a tutti i numeri del suo cellulare per farsi spalmare le tasse. Nel luglio di qualche anno fa l'atto finale della parabola pallonara, con la squadra che fallisce la promozione e la società che non riesce più a iscriversi nemmeno al campionato di B per eccesso di rosso nei conti. Il patriarca molla tutto e va ai Tropici, lasciando il figlio Alessandro a gestire il fallimento.
domenica 30 marzo 2008
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1 commento:
sta per morì de infarto fulminante e fortunatamente è una cosa ereditaria faranno cosi la sua fine tutta la sua stirpe de magna merda da 0 a 100 anni...................noi tifiamo lo tsunami
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